Celiachia dovuta ad un erbicida, non al glutine

Di cosa si parla: Glifosato, celiachia, biologico, byoblu
Tempo fa, 2013 credo, studiai diverso materiale sulla celiachia e in quel periodo mi occupavo anche di agricoltura ecologica.
Stavo studiando anche gli inquinanti in uso in agricoltura e disegnai  due curve: una dell’andamento negli ultimi anni della celiachia, esplosa misteriosamente. Un’altra dell’uso del glifosato.
Tutti intorno a me in quel periodo nutrizionisti e medici compresi stavano a dire: la celiachia è dovuta al glutine, è intolleranza.
Tutti, dotti e profani si sono riempiti la bocca con questa parola senza sapere talvolta neanche che significa.
Ai supermercati è esplosa la moda del gluten-free. Le famiglie con i figli celiaci evitavano il pane come la peste: riempivano la dispensa di prodotti senza glutine. Per esempio mangiavano solo riso e SOIA. Si parlava solo di quello, a Firenze.
Quello che io avevo notato era molto strano: le due curve di cui sopra, glifosato-celiachia, combaciavano perfettamente.
per me era evidente: siccome il glifosato è usato nelle coltivazioni di cereali, è lui la causa della celiachia.

Talvolta al mio interlocutore domandavo: Scusa ma se è il glutine a provocare la celiachia, perché mai noi italiani ne siamo tanto affetti solo ora, dato che da almeno 500 anni ci abboffiamo, tutti i giorni pari e quelli dispari anche, di grano?

Questo bellissimo servizio di Claudio Messora mi ha fatto saltare sulla sedia.
claudio_messora.png

La soluzione?

Contattare produttori di grani biologici, sani e privi di veleni. Non comprare più prodotti industriali, trovare un gruppo di acquisto solidale vicino casa e iscriversi.
Diffondete!

Postfazione

Sosteniamo Claudio Messora e diffondiamo il suo appello: Leggi qui
Annunci

Il pane dalle prugne

Articolo interessante

https://emmanuelecammarano.wordpress.com/2015/07/21/il-pane-dalle-prugne/

prugne94

Fiera eco-bio a Milano

http://falacosagiusta.terre.it/

fcgg

 

Corsi di Autoproduzione e saper-fare

Calendario Gennaio-Giugno 2015 attivato dall’associazione L’isola che c’è.

 

cal

Le idee volano, come fermarle? Parlandone

Il Cambiamento è un po’ il nome da dare al Decennio 2005-2015. In tutto il pianeta è esplosa la voglia di diffondere le nuove idee. I progetti che si sono contraddistinti per aver diffuso un video, una petizione, una proposta politica, spesso hanno poi preso la forma di “community”. Farei notte a ricordarli in questo post(o). Ne cito solo alcuni: il progetto Story of Stuff, nato video divenuto gruppo attivista mondiale, il progetto Home, nato film divenuto social media, il film Age of Stupid, diffuso fin dall’inizio con una guida dell’attivista inclusa nel cofanetto DVD. E ancora Khan Academy, Avaaz, il progetto Re-Economy, Survival, e chipiunehapiunemetta.

Agisci ora!

Attivati!

Prendi parte alla risposta!

Il cambiamento non è uno sport da spettatore!

Join Us!

Sono alcuni dei multicolori slogan entrati a far parte del comune denominatore del nostro “azionariato (quant’è brutta questa parola!) dal basso” che ci consente di rispondere alla tenaglia globale dalla crisi Sistemica, Ambientale e Lavorativa, in una parola, ai limiti della Crescita.

Il mondo è veramente cambiato sotto i nostri piedi. Si vota online e viceversa: i like talvolta vengono quotati come voti. I commenti sono utilizzati come referenze. Wikipedia, Skype e gmail viaggiano con noi sullo smartphone. E con questi mezzi organizziamo le piazze, gli scambi peer-to-peer di merci usate, i passaggi in autostop, i seminari di cucito in casa.

Benedetta irrequitezza umana, siamo qui, connessi, e possiamo cambiare il mondo con una connessione wireless da taschino.

Le istituzioni sono obsolete. La politica agonizza tra stipendi gonfiati e corruzione. I rappresentanti del popolo si arrampicano sugli specchi delle domande spinose quando in realtà a nessuno importa istruirli e aggiornarli per evitargli la figuraccia. Pochi stanno a pensarci su se il personaggio di turno commenta una foto di due donne in burqua invitando pubblicamente a trovare la differenza tra loro e due sacchi della spazzatura. Basta andare su youtube per deliziarsi con una lezione di vita e tolleranza degna di Gandhi made in Tiziano Terzani, che spiega amorevolmente ai giovani le meravigliose differenze culturali di cui dovremmo andare fieri e rispettosi. La rete ci salva, ci ipnotizza, ci mangia, la rete siamo noi, formicaio, alveare, finalmente indossati gli occhiali cibernetici per scoprirci tutti connessi da onde elettromangetiche, chi più ha il coraggio di fare i competitivi con i nostri stessi fratelli?

LA STANZA MAGICA

E’ necessario apparecchiare un momento della settimana, in una stanza magica, in cui possiamo proporre a qualcun altro le nostre idee, i nostri progetti. Solo condividendole, attaccandole alla lavagna, facendo brainstorming, possiamo sperare di trovare il collaboratore del nostro prossimo panificio biologico, della nostra azienda agricola rivoluzionaria, del nostro progetto di cohousing, coworking, di fotovoltaico, di riutilizzo delle urine come fertilizzante, di ciciclo degli involucri, di orticoltura urbana, biocostruzioni, corsi di riqualificazione. E chipiunehapiunemetta.

FUORI I TITOLI!

Nella stanza magica siamo persone, non cavalieri, né commendatori, o marescialli, tantomeno dottori, ingegneri ecc.. Non saremo preceduti da titoli, ma da referenze. Le referenze saranno free in rete e ognuno si potrà scegliere il proprio maestro, seguendo o facendosi seguire su Twitter, Fb, WordPress.

Chi vuole attivare questa stanza, questo incubatore, questo progetto di progetti. Chi vuole una sede, un orario, un alert su Google Calendar per ritrovarsi con gli imprenditori sociali del domani, si faccia avanti e tiri dalla tasca un po’ di coraggio. E’ possibile commentare proponendo luoghi e modi.

X.

Pizza invernale (Bio) fatta in casa

La teoria

Pensavo un giorno che di questi tempi, essendo la temperatura esterna costantemente intorno ai 10°C, si può fare una lunga lievitazione della pizza, rendendola quindi più digeribile, tenendola fuori per qualche ora.

La temperatura del frigorifero è troppo bassa, circa 4°C, la lievitazione rallenterebbe troppo. D’altra parte in casa essendoci circa 20°C accelererebbe tanto da dovermi costringere a far durare la lievitazione non più di 3-4 ore. Troppo poco per permettere alla farina di trasformarsi adeguatamente.

Ho fatto varie prove tentando inoltre di usare la maggiore percentuale possibile di farina ingrale. Questo que segue è la ricetta che mi ha permesso di avere un buon risultato.

La pratica

L’impasto unico lo preparo con 400 ml acqua tiepida (35° circa) in cui sciolgo un cucchiaio di lievito madre più una frazione di lievito di birra, circa 8-10g (la terza parte circa di un cubetto di lievito commerciale da 25g). Aggiungo 3 cucchiaini rasi di sale fino. A questo punto aggiungo 300 g di farina integrale (di grano tenero va benissimo). Poi per la restante farina necessaria uso farina di grano tenero tipo 0. La quantità totale di farina usata non posso scriverla perché non è una dose fissa: può variare leggeremente ogni volta. Il metro di misura deve essere l’impasto finale: abbastanza asciutto da formare una pagnotta elastica che non si attacca alle mani, ma abbastanza morbida da poter essere modellata senza sforzo.

E’ importante per ottenere questo non versare tutta la farina in blocco, ma a dosi di 100 g circa alla volta (un mestolo da cucina colmo). Fare pratica. Impastare è un’arte che va raffinata pian piano!

Dopo circa 5 minuti di fase di impasto si esegue la prova del dito: se premendo col dito l’impasto rimbalza, tornando a gonfiarsi, vuol dire che ha raggunto l’elasticità ottimale.

Avvolgo la ciotola in una coperta e la lascio fuori al balcone per 5 ore (tipicamente impasto alle 10:00 di mattina e lascio fuori fino alle 15:00)

Dopo aver portato la ciotola in casa, incido una croce superficialmente col coltello e la lascio lievitare per altre 3 ore. Occorre infatti che la lievitazione riprenda forza mano a mano che l’impasto si riscalda e raggiunge la temperatura di 20°C ambiente.

Verso le 18:00 circa tolgo l’impasto dalla ciotola (la croce deve essersi allargata, il volume deve essere circa raddoppiato).

Divido in panetti e stendo ciascun panetto su una spianatoia col mattarello (da ogni panetto si dovrà ottenere una pizza). Dopo aver oliato uniformemente un vassoio da forno (il vassoio va poi ripulito dal lago d’olio con un fazzoletto di carta, per evitare che la pizza frigga) la stendo sul vassoio e lascio riposare per un’altra ora (o meno): la pizza comincerà a lievitare lentamente, ridiventando morbida dopo essere stata “schiacciata” e incrudita dal mattarello. Questa ultima fase di lievitazione finale della pizza per me è fondamentale: è così che si ottiene una pizza più o meno sottile, più o meno spugnosa in bocca.

Infine guarnisco e cuocio per 30 min. a 180°C.

Alle 20:00 è pronta!

 

NB. Per poter ripetere la stessa ricetta vanno tenute d’occhio le temperature esterne e interne. Se infatti aumentano di pochi gradi, la lievitazione può accelerare di molto, o viceversa.

 

Riferimenti

Farine che uso:

-Farina di grano tenero integrale Camporbiano

-Farina integrale di grano tenero Saragolla, proveniente dal Vallo di Diano

-Farina integrale di grano duro Cappelli proveniente dal Vallo di Diano

-Farina di grano tipo 0 dell’Azienda Agricola F.lli Ponzin . Presso la stessa azienda mi fornisco di fior di latte (mozzarella di mucca) per la pizza

Sale da cucina:

-Sale marino siciliano non iodato senza antiagglomeranti

NON uso sale fossile né dell’Himalaya per questioni di impatto ambientale

Acqua:

-acqua di rubinetto precedentemente decantata